Prima di Vicchio: Poggio Colla, Montesassi e la storia millenaria di una collina del Mugello

Chi oggi sale dal Ponte a Vicchio verso Montesassi attraversa un paesaggio fatto di boschi, strade strette e piccoli nuclei di case. È un angolo tranquillo del Mugello, apparentemente lontano dai grandi avvenimenti della storia.
Eppure, nel raggio di pochi chilometri si concentrano numerose testimonianze di una storia millenaria : Poggio Colla, uno dei principali siti archeologici etruschi del Mugello; l’antico insediamento di Montesassi con la sua Rocca e la sua Chiesa di San Giusto, la presenza dell'antica e nobile famiglia fiorentina degli Adimari, e il Ponte di Montesassi, la cui costruzione alla fine del Duecento è strettamente legata alla nascita di Vicchio.
Non possiamo certamente parlare con sicurezza di una storia continua. Tra gli Etruschi di Poggio Colla e gli abitanti medievali di Montesassi passano molti secoli sui quali le testimonianze sono frammentarie.
C’è però un elemento che ritorna e che pare spiegare la millenaria storia insediativa di questa piccola collina alle porte di Vicchio: la geografia.
Questa collina domina la Sieve in un punto in cui la valle si restringe fino a diventare una naturale zona di passaggio fra Mugello, Valdisieve e Appennino. Evidentemente, in epoche molto diverse, questa posizione ha continuato ad avere un valore strategico, economico e insediativo.
Poggio Colla: gli Etruschi sulle colline di Vicchio

La prima grande testimonianza della storia di questo territorio ci porta indietro di oltre duemila anni.
A poca distanza da Montesassi si trova Poggio Colla, uno dei più importanti siti archeologici etruschi del Mugello. Le ricerche hanno documentato un insediamento attivo dal VII al II secolo a.C., sviluppatosi attorno a un importante santuario sulla sommità della collina.
Le prime campagne di scavo furono condotte da Francesco Nicosia tra il 1968 e il 1972. Dal 1995 al 2015 il sito fu poi indagato sistematicamente dal Mugello Valley Archaeological Project, diretto da P. Gregory Warden e dai suoi collaboratori.
Gli scavi hanno mostrato che Poggio Colla non era semplicemente un piccolo santuario isolato. Intorno all'altura si estendeva un paesaggio molto più articolato, con abitazioni, cave e attività artigianali. Secondo Warden, le ricognizioni indicano che le aree abitate potevano estendersi per diversi chilometri quadrati e comprendevano anche le vicine colline di Monte Sassi e La Romanesca. Sulle pendici sono state individuate una cava di pietra già utilizzata nel VII secolo a.C. e aree dedicate alla produzione di ceramica; a circa 800 metri dal santuario è stato inoltre scoperto un quartiere artigianale con almeno tre fornaci.
Questo dato è particolarmente interessante per la storia di Montesassi: mostra che già in epoca etrusca non era soltanto la sommità di Poggio Colla a essere frequentata, ma un territorio più ampio distribuito sulle colline circostanti.
La scelta di quest'area non era casuale. Poggio Colla occupava una posizione dominante sulla conca del Mugello e sulla valle della Sieve e permetteva di controllare importanti vie di comunicazione fra l'Etruria e le popolazioni dell'Italia settentrionale. Warden sottolinea come l'Appennino potesse funzionare non soltanto come barriera, ma anche come zona di collegamento e di scambio fra Etruschi, Galli, Liguri e Veneti.
Nel corso dei secoli il sito cambiò profondamente. Gli archeologi hanno individuato almeno tre diverse fasi monumentali del santuario, precedute da una fase più antica, mentre nell'ultimo periodo Poggio Colla assunse anche il carattere di un insediamento fortificato. La fase finale potrebbe essere stata distrutta in relazione all'espansione romana nell'area, probabilmente intorno al 188 a.C.
La Stele di Vicchio

Il ritrovamento più straordinario avvenne nel 2015, durante l'ultima stagione di scavo.
Nelle fondazioni di un tempio costruito intorno al 500–480 a.C., gli archeologi individuarono un grande blocco di arenaria dalla forma insolita. Quando la superficie venne pulita apparvero numerose lettere etrusche: la pietra era in realtà una stele monumentale, utilizzata in precedenza all'interno del santuario e successivamente riutilizzata come elemento della fondazione del tempio.
La stele è quindi più antica dell'edificio nel quale fu ritrovata. Warden la data almeno alla fine del VI secolo a.C. e le analisi mostrano che venne incisa e successivamente reiscritta più volte. Il testo originario potrebbe essere arrivato complessivamente a circa duecento caratteri, anche se parte dell'iscrizione è oggi perduta.
Una delle iscrizioni leggibili contiene i nomi di Tinia e Uni, due delle principali divinità del mondo etrusco, confermando la natura religiosa del monumento.
Warden propone una possibilità particolarmente affascinante: la stele potrebbe essere stata una sorta di lex sacra, una legge o insieme di prescrizioni religiose del santuario. Se questa interpretazione fosse confermata, rappresenterebbe uno dei più antichi esempi conosciuti di normativa religiosa scritta in Europa. Si tratta però ancora di un'interpretazione degli studiosi, perché gran parte del testo etrusco rimane difficile da tradurre.
Un santuario legato anche al mondo femminile

Gli scavi hanno inoltre restituito numerosi indizi relativi alla presenza e al ruolo delle donne nelle attività rituali del santuario: gioielli d'oro, strumenti legati alla produzione tessile e particolari forme ceramiche.
Tra i reperti più singolari c'è un frammento di bucchero del VII-VI secolo a.C. sul quale compare una piccola scena di una donna nell'atto di partorire, all'epoca della sua pubblicazione considerata la più antica rappresentazione del parto conosciuta in Europa.
Questi ritrovamenti hanno portato gli archeologi a ipotizzare che il santuario avesse anche un'importante dimensione rituale femminile.
Non possiamo affermare che esista una continuità diretta fra l'insediamento etrusco e la Montesassi medievale. È però significativo che, in epoche lontanissime fra loro, questa stessa fascia collinare continui ad avere un ruolo importante rispetto alle vie di comunicazione e all'organizzazione del territorio.
Montesassi prima di Vicchio
Nel Medioevo il centro di gravità del territorio era molto diverso da quello attuale.
Prima che Vicchio assumesse il ruolo che conosciamo oggi, Montesassi era già un insediamento riconoscibile, organizzato intorno alla collina, alla fortificazione e successivamente alla chiesa di San Giusto.
La Rocca di Montesassi faceva parte della complessa rete di possessi dei Conti Guidi, una delle principali famiglie feudali dell’Appennino tosco-romagnolo.
Nel corso del Duecento, però, il rapporto fra il Mugello e Firenze stava cambiando profondamente. Le grandi famiglie cittadine cominciavano ad espandersi nel contado ed a acquisire castelli, terre e diritti signorili sempre più lontano dalla città.
Tra queste c’erano gli Adimari, una delle grandi casate magnatizie della Firenze medievale. Il loro peso nella vita cittadina fu tale da lasciare traccia anche nella Divina Commedia: Dante li cita nel XVI canto del Paradiso come “l’oltracotata schiatta”, in un passo molto critico, e dedica spazio anche a singoli membri della famiglia, come Filippo Argenti e Tegghiaio Aldobrandi.
Uno studio dello storico Enrico Faini documenta che nel 1245 gli Adimari acquistarono dai Guidi il castello di Montesassi. Il riferimento archivistico è particolarmente preciso: Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Strozziane Uguccioni, 16 settembre 1245. Faini inserisce l’acquisizione nel più ampio fenomeno attraverso il quale le famiglie del gruppo dirigente fiorentino iniziarono a possedere nel contado castelli e territori sui quali gravavano veri e propri diritti signorili.
Montesassi non era quindi soltanto una residenza di campagna, ma parte di una trasformazione molto più ampia del rapporto fra Firenze e il suo territorio.
Gli Adimari, Montesassi e il Palagio
Il rapporto degli Adimari con la zona non sembra essersi esaurito nel Duecento.
Una testimonianza particolarmente interessante arriva dal Quattrocento grazie agli studi su Bonaccorso di Filippo Adimari, copista nato nel 1404.
La studiosa Alessandra Santoni, riprendendo precedenti ricerche archivistiche, chiarisce che la famiglia di Bonaccorso risiedeva nel popolo di San Giusto a Montesassi, abitava in una casa chiamata “il Palagio” e viveva delle rendite di alcuni fondi della zona. Bonaccorso stesso viene definito nello studio come residente a Montesassi, nonostante nei manoscritti amasse firmarsi “da Firenze”.
È un dettaglio prezioso soprattutto perché dimostra che, due secoli dopo l’acquisizione medievale del castello, il nome degli Adimari era ancora concretamente legato a Montesassi e a una residenza chiamata Palagio.
San Giusto a Montesassi: il centro di una comunità

La storia della collina si comprende ancora meglio attraverso San Giusto a Montesassi.
L’antica chiesa sorgeva su un pianoro a circa 337 metri di quota. Secondo la ricostruzione pubblicata da Il Filo del Mugello, era inserita nel piviere di San Martino a Scopeto o Viminiccio ed era il riferimento religioso di una comunità nella quale l’agricoltura, resa difficile dai pendii e dal terreno pietroso, conviveva con attività come il lavoro nei boschi e quello degli scalpellini.
Nel 1515 il rettore era Filippo Adimari e la famiglia conservava ancora il patronato della chiesa. Successivamente il patronato passò ai Morelli.
Una straordinaria fotografia del territorio ci arriva dalla cartografia.
Una pianta conservata nell’Archivio di Stato di Firenze, datata 1580-1595, rappresenta il Popolo di San Giusto a Montesassi. La chiesa appare al centro di un territorio attraversato da una fitta rete di strade campestri che conducevano a case e poderi. Alla fine del Cinquecento vi vivevano circa 150 persone.
Nel 1745 gli abitanti erano saliti a 233. Il 22 settembre 1773 la Mensa vescovile fiorentina decretò però la soppressione di San Giusto; beni e rendite confluirono successivamente nel beneficio della pieve di San Giovanni Battista di Vicchio. La chiesa continuò ancora per qualche tempo a essere utilizzata occasionalmente, prima del progressivo abbandono.
Dell’antica chiesa rimane anche una testimonianza artistica importante.
Al Museo Beato Angelico di Vicchio è conservata una Madonna in trono col Bambino tra i santi Giusto e Lorenzo, tempera su tavola databile alle prime decadi del Cinquecento. Il dipinto si trovava originariamente sopra l’altare maggiore di San Giusto.
Il Ponte di Montesassi e la trasformazione della valle
Il momento decisivo per comprendere il futuro della zona arriva alla fine del Duecento.
L’8 febbraio 1295, per volontà di Firenze, venne ordinata la costruzione di un ponte in muratura sulla Sieve davanti a Montesassi: il Ponte di Montesassi, l’attuale Ponte a Vicchio.
Le fonti conservano perfino i nomi dei maestri incaricati dei lavori: tra loro Gianni di Megliorotto da Vico e Nuto di Bruno da Fiesole. Durante la costruzione l’arcata centrale crollò, causando una controversia tra il Comune e gli scalpellini.
Una volta completato, il ponte ebbe però conseguenze molto più importanti delle difficoltà incontrate durante i lavori.
Permise un collegamento molto più diretto con la sponda opposta della Sieve e favorì la discesa verso valle della popolazione delle comunità circostanti. La ricostruzione de Il Filo lega esplicitamente questo processo agli abitanti di Montesassi, che attraversarono il fiume contribuendo alla formazione delle prime abitazioni di Vico, il nucleo destinato a diventare Vicchio.
Il ponte va inoltre inserito nel quadro della progressiva espansione politica di Firenze nel Mugello. Strade, attraversamenti e nuovi centri fortificati erano anche strumenti attraverso i quali il Comune consolidava il proprio controllo sul contado.L’8 febbraio 1295, per volontà di Firenze, venne ordinata la costruzione di un ponte in muratura sulla Sieve davanti a Montesassi: il Ponte di Montesassi, l’attuale Ponte a Vicchio. La nuova infrastruttura rese molto più agevole il collegamento tra le due sponde e contribuì progressivamente a spostare verso il fondovalle il centro della vita locale, favorendo la crescita del nucleo che sarebbe poi diventato Vicchio.
Nei secoli successivi il ponte rimase un punto di riferimento non soltanto per i collegamenti, ma anche per la vita religiosa della zona. All’imbocco del ponte sorgeva infatti l’Oratorio della Madonna della Neve, una cappella documentata almeno dall’inizio del Settecento: in un cabreo del 1708 compare con la dicitura “cappella dal Ponte di Vicchio”. All’interno era conservata una Madonna col Bambino affrescata, ritenuta già nel primo Novecento un’opera del XV secolo.

Il legame con la storia di Montesassi è particolarmente interessante: nel Settecento il patronato dell’oratorio e quello della soprastante chiesa di San Giusto a Montesassi risultavano entrambi appartenere ai Morelli, subentrati agli Adimari. La presenza della cappella conferma quindi quanto il ponte fosse ormai diventato un piccolo polo attorno al quale si concentravano abitazioni, attività e luoghi di culto.
La zona fu duramente colpita dagli effetti della Seconda guerra mondiale. Nel 1944 i tedeschi in ritirata fecero saltare il ponte medievale, poi ricostruito. L’oratorio peró, scomparve per sempre poco dopo: secondo la ricostruzione pubblicata da Il Filo, non è chiaro se fosse stato gravemente danneggiato dall’esplosione o se intralciasse il passaggio dei mezzi militari, ma il complesso venne successivamente demolito per ordine del comando inglese.
Da Montesassi a Vicchio

La nascita di Vicchio non avvenne quindi in un territorio vuoto, ma fu il risultato di una graduale riorganizzazione di un’area già abitata da comunità sparse sulle colline.
Montesassi, San Giusto e gli altri piccoli insediamenti continuarono a esistere, ma il nuovo collegamento sul fiume contribuì a spostare progressivamente il baricentro della vita locale verso il fondovalle.
Questo rende particolarmente interessante osservare oggi la zona dall’alto di Montesassi.
Il rapporto geografico appare immediatamente evidente: la collina, la Sieve, Ponte a Vicchio e più oltre l’abitato di Vicchio appartengono allo stesso sistema territoriale.
In questo senso Montesassi non è soltanto una località periferica rispetto a Vicchio: fa parte della storia delle sue origini.
Un paesaggio di contadini, boscaioli e scalpellini

Per molti secoli la nascita e la crescita di Vicchio non provocarono comunque l’abbandono della collina.
Montesassi rimase un territorio di poderi, case coloniche, campi e boschi intensamente utilizzati.
Le caratteristiche del terreno rendevano difficile l’agricoltura e favorivano altre attività. Le fonti locali ricordano in particolare boscaioli e scalpellini, questi ultimi legati all’abbondanza di arenaria della zona.
Il paesaggio che possiamo immaginare fino all’inizio del Novecento era quindi molto più aperto e abitato di quello attuale.
Le fotografie realizzate da Elio Conti tra il 1968 e il 1970 permettono ancora di osservare questa trasformazione. Il suo archivio conserva panoramiche della collina di Montesassi, del Ponte a Vicchio, delle case rurali ormai in stato di abbandono, e di strade ormai totalmente nascoste dalla vegetazione. Le fotografi sono consultabili qui.
Sono immagini particolarmente preziose perché documentano un territorio nel momento in cui il sistema mezzadrile e la tradizionale organizzazione agricola stavano ormai tramontando. L’Archivio Elio Conti nasce proprio per documentare queste trasformazioni del paesaggio rurale fiorentino.
Il terremoto del Mugello del 1919
Un altro momento di cesura fu il grande terremoto del 29 giugno 1919.
Il sisma colpì duramente tutta questa parte del Mugello. Il database macrosismico dell’INGV registra tra le località danneggiate sia Montesassi sia Villa Adimari.
Particolarmente preziose sono le cronache scritte poco dopo il terremoto da Francesco Niccolai.
Percorrendo queste colline, Niccolai descrive le condizioni delle case coloniche di Montesassi, Pimaggiore, San Biagio e Romanesca, la cappella di San Giusto danneggiata e la presenza degli scalpellini impegnati a lavorare l’arenaria per la ricostruzione.
Nel suo racconto compare anche la Fonte degli Adimari e viene ricordata una villa molto antica dell’area, attribuita da Niccolai al XIII secolo e a Smeraldo Adimari, che il terremoto aveva gravemente lesionato.
Alcune interpretazioni archeologiche proposte da Niccolai risentono naturalmente delle conoscenze dell’epoca e oggi devono essere considerate con prudenza. La sua descrizione rimane però una fonte straordinaria per ricostruire il paesaggio e gli edifici di Montesassi all’inizio del Novecento.
Il ritorno del bosco
Nel corso del Novecento quel mondo cambiò rapidamente. La progressiva crisi della mezzadria, l’abbandono di molti poderi e lo spostamento della popolazione verso i centri maggiori portarono a una diminuzione delle superfici coltivate.
Il bosco tornò a occupare campi, pascoli e aree che per secoli erano state lavorate.
Quello che oggi può sembrare un paesaggio naturale rimasto immutato per secoli è quindi, almeno in parte, il risultato di trasformazioni relativamente recenti.
Una collina, molte storie
Poggio Colla, Montesassi, San Giusto, la Rocca, Villa Adimari e Ponte a Vicchio appartengono a epoche molto diverse, ma sono tutti parte dello stesso piccolo territorio.
Le tracce più antiche risalgono al mondo etrusco di Poggio Colla; nel Medioevo la collina fu segnata dalla Rocca, dagli Adimari e dall’organizzazione del territorio intorno a San Giusto. Più tardi, la costruzione del Ponte di Montesassi contribuì a spostare progressivamente il baricentro della vita verso il fondovalle, favorendo la crescita di Vicchio.
Anche nei secoli successivi questa zona continuò a trasformarsi. Il terremoto del 1919 lasciò segni profondi sugli edifici e sul paesaggio, mentre le fotografie del Novecento mostrano ancora una campagna molto più aperta e abitata di quella che vediamo oggi, prima dello spopolamento delle campagne e del ritorno del bosco.
In pochi chilometri si concentrano così oltre duemila anni di storia. Ed è forse proprio questo a rendere Montesassi così interessante: sotto l’aspetto quieto della collina di oggi si possono ancora leggere, una accanto all’altra, le tracce di mondi molto diversi.
Fonti e risorse per approfondire
Poggio Colla e Stele di Vicchio — Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. La fonte istituzionale migliore per storia del sito, scavi, posizione strategica e stele etrusca. Segni nella pietra – La Stele di Poggio Colla
Enrico Faini, Il gruppo dirigente fiorentino dell’età consolare. Studio pubblicato nell’Archivio Storico Italiano che documenta l’acquisto del castello di Montesassi da parte degli Adimari nel 1245 e rimanda alla pergamena del 16 settembre. Leggi lo studio di Enrico Faini
Alessandra Santoni, Bonaccorso di Filippo Adimari: appassionato copista del contado. È la fonte accademica utilizzata per la presenza quattrocentesca della famiglia nel popolo di San Giusto e per la casa chiamata Palagio. Scheda pubblica del saggio di Alessandra Santoni
Massimo Certini, San Giusto a Montesassi, la chiesa che non c’è, Il Filo del Mugello. Fonte ricchissima per San Giusto, Ponte di Montesassi, Filippo Adimari, cartografia cinquecentesca, popolazione e soppressione della chiesa. San Giusto a Montesassi – Il Filo del Mugello
Francesco Niccolai e il terremoto del 1919. Radio Mugello ha ripubblicato le cronache originali di Niccolai, con numerosi riferimenti diretti a Montesassi, San Giusto, Fonte degli Adimari e alle ville della zona. Le cronache di Francesco Niccolai sul terremoto del 1919
INGV – Database Macrosismico Italiano. Utile per verificare la presenza di Montesassi e Villa Adimari tra le località interessate dal terremoto del 29 giugno 1919. Terremoto del Mugello del 29 giugno 1919 – INGV
Archivio Fotografico Elio Conti. Conserva una serie molto interessante su Montesassi e Adimare. In particolare MSS0027, Villa e case sopra l’Adimare, 16 maggio 1970; MSS0028, La collina di Montesassi da nord-ovest (a sinistra l’Adimare), 1968; e MSS0030, Ponte a Vicchio e Montesassi, 1968. Villa e case sopra l’Adimare – 1970 Montesassi e Adimare – 1968 Ponte a Vicchio e Montesassi – 1968
P. Gregory Warden, “An Etruscan Stone Speaks”, Expedition Magazine, Penn Museum, 2023. È particolarmente utile perché l'autore è uno dei direttori del Mugello Valley Archaeological Project e racconta direttamente risultati e interpretazioni degli scavi.
Adriano Gasparrini, “L’Oratorio della Madonna della Neve al Ponte a Vicchio, breve storia di una cappella scomparsa”, Il Filo del Mugello. Utile per la storia del ponte nei secoli successivi, il patronato Morelli e la distruzione dell’oratorio nel 1944. Leggi l’articolo su Il Filo



















Commenti